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6 January 2011 ore 00:00

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Il terzo giorno è stato speciale perché abbiamo fatto due immersioni in un relitto che viene considerato uno dei più belli e importanti a livello mondiale, per la sua storia e la quantità di reperti che contiene: il Thistlegorm, un mercantile militare inglese lungo centotrentuno metri, varato nel 1940 e affondato il 06/10/1941, a causa di un bombardamento da parte di un aereo tedesco. Questo relitto è stato ritrovato dal famoso ricercatore e documentarista Cousteau nel 1956. Il maestoso mercantile portava tutto l’arsenale alle truppe inglesi. Vista la difficoltà della navigazione in quel tratto di mare, per la presenza di tantissimi reef, il suo capitano decise di ancorarsi e aspettare la luce del giorno, ma all’una e trenta venne avvistato e bombardato. Venne colpito nella stiva delle munizioni, dove scoppiò un grave incendio che ne provocò l’esplosione di una parte, rompendo l’imbarcazione in due parti. Il troncone poppa si trova appoggiato su un fianco, mentre quello di prua è perfettamente diritto, su un fondale di trentadue metri. Questo relitto viene considerato un vero e proprio museo sommerso per la quantità e qualità incredibile di reperti che contiene. Nella prima immersione abbiamo esplorato l’esterno.

 

A una quarantina di metri dallo scafo si trova una locomotiva sbalzata fuori dall’esplosione. Sul primo ponte nel troncone di prua vediamo quattro vagoni ferroviari, due grossi siluri anti mine, due argani con le enormi catene delle ancore una delle quali appoggiata ancora sul fondo e si possono ammirare anche la cabina di comando e l’alloggio del capitano. Sul troncone di poppa troviamo una mitragliera pesante e la postazione di un cannoncino. Fra i due tronconi si trovano una quantità pazzesca di munizioni di qualsiasi tipo, proiettili, bombe, siluri, ecc. e sopra a tutto ciò si vedono due mezzi cingolati. Dopo circa un’ora di immersione, a malincuore, siamo dovuti riemergere. L’entusiasmo era alle stelle, tutti con impazienza abbiamo atteso l’inizio della seconda immersione per entrare all’interno delle 3 stive. In questa escursione ci sentivamo dei veri esploratori. E’ incredibile vedere come erano state sistemate, per sfruttare ogni minimo spazio, auto, motociclette, camion, carri armati, fucili, ali e motori di aerei, pezzi di ricambio, stivali, ecc.. Un altro aspetto incredibile di questo relitto è anche la ricchezza della vita marina che si è formata dentro e fuori, come i pesci coccodrillo, branchi di fucilieri, tonni, carangidi e tantissimi altri tipi. Non avremmo voluto uscire, ma purtroppo, dopo un’oretta, abbiamo dovuto iniziare la nostra risalita, facendo una sosta decompressiva di qualche minuto per smaltire l’azoto in eccesso, accumulato a causa della profondità e della durata dell’immersione. Tornati a bordo era ormai ora di pranzo, ma l’entusiasmo e la voglia di parlare di questa magnifica esperienza non ci faceva sentire neppure la fame.

 

Nel pomeriggio abbiamo fatto due immersioni a Shag Rock, ma malgrado il tantissimo pesce, dopo quelle della mattina, queste due sono passate in secondo piano. Alla sera mentre si navigava per raggiungere il sito della mattina successiva abbiamo passato ore nel salottino superiore a raccontarci ciò che avevamo provato ad esplorare quel monumento storico, le sensazioni erano le più disparate ma tutte entusiastiche. Per il giorno dopo erano previste quattro immersioni. La prima alle 6.00 è stata sul Chrisoula k., un mercantile greco varato nel 1954, affondato a causa di una collisione con il reef nel 1981, che si trova appoggiato sul fianco di tribordo ad una profondità di venticinque metri. Questo relitto è caratterizzato dalla grossa elica, dal ponte di comando con tutte le strutture ancora in buono stato e da un lungo pennone. Su questo relitto sono nati un sacco di anemoni che fanno da rifugio a dei coloratissimi pesci pagliaccio. La seconda immersione l’abbiamo fatta su un relitto con una grande storia: il Carnatic. Era un mercantile-passeggeri della Compagnia delle Indie inglese a propulsione mista, vela-vapore, lungo ottantanove metri e largo nove metri, varato nel 1862 e affondato il 14/09/1869 a causa di una collisione con il reef. E' adagiato sul fianco ad una profondità di ventisette metri. Grazie alle caratteristiche dello scafo e del tipo di propulsione, riusciva a tenere un’ottima e costante velocità, anche nei momenti di bonaccia o con venti contrari; ciò fece diventare il Carnatic, la nave di punta delle compagnie delle indie inglesi. Quando partì per il suo ultimo tragico viaggio il 12/09/1869 da Suez per Bombay, si trovavano a bordo duecentotrenta persone tra passeggeri ed equipaggio, mentre il suo carico era formato da molti sacchi di posta, grosse balle di cotone, un’infinità di bottiglie di vino e London Soda Water (acqua minerale). Ma oltre a tutto ciò si doveva occupare di un trasporto particolare, “40.000 sterline in lingotti d’oro”, (circa quattro milioni di euro dei giorni nostri). Per questo motivo, si dice, che il capitano visionò tutte le fasi di carico, durate più giorni.

 

Appena salpati diede il comando al capitano in seconda, poi andò a riposare, ma dopo poche ore di navigazione successe l’imprevisto. Avvistarono sulla loro rotta un banco di corallo, venne dato l’ordine “tutta barra a sinistra, motori dietro tutta!” e riuscirono ad evitare il reef principale, ma non quello più piccolo sul quale si incagliò. Dopo aver appurato, alla luce di torce, che i danni subiti dallo scafo non erano gravi, decisero d’aspettare l’alba e l’alta marea per tentare di disincagliarlo, purtroppo senza risultato. Sapendo che, su quella rotta, il giorno dopo, sarebbe passata un'altra nave della stessa compagnia, decisero di aspettare a bordo. Durante l’attesa si alzarono forti venti e grandissime onde che infrangevano con violenza contro lo scafo, facendolo sbattere contro il corallo, danneggiandolo in modo sempre più grave creandogli molte falle, dalle quali imbarcava sempre più acqua, che verso le 2.00 di notte, raggiunse le caldaie spegnendole. A questo punto il Carnatic non aveva più scampo. Verso le 10.30 si spezzò in due, la poppa affondò portandosi con sé ventisette persone. I superstiti si misero in salvo raggiungendo la vicina isola deserta di Shadwan con tre delle sette scialuppe rimaste, o aggrappati alle balle di cotone, le quali sono servite anche ad accendere il fuoco per essere individuati. Alle 21.00 grazie a questi fuochi, la nave in arrivo, vide la richiesta di aiuto e alle 10.00 della mattina successiva, i superstiti vennero presi a bordo per essere riportati a Suez. Da questo relitto vennero recuperati molti sacchi di posta e 32.000 sterline in lingotti d’oro, i rimanenti 8.000 mila non sono mai stati trovati. Chissà se sono ancona nascosti nel relitto o che fine hanno fatto. Il relitto oggi è molto logorato dal tempo, rimane lo scafo in metallo con tutte le intelaiature in legno che lo fanno sembrare uno scheletro di balena. Noi quando siamo scesi, prima abbiamo fatto un escursione all’esterno per vedere la grossa elica, poi abbiamo iniziato l’esplorazione all’interno, nuotando fra le strutture rimaste passando da una stiva all’altra; del passato a parte qualche bottiglia rotta, non è rimasto molto, ma come presente si è trasformato in un vero e proprio acquario. La cosa più incredibile è un enorme branco formato da centinaia di migliaia di pesci vetro (chiamati così per la loro trasparenza), che ci nuotava attorno fino al punto di travolgerci disorientandoci. Tornati a bordo abbiamo pranzato, ci siamo riposati un’oretta, poi siamo tornati sott’acqua per un’immersione che in teoria non doveva essere una gran cosa, ma che in realtà ha riservato una sorpresa pazzesca. Dopo circa 10 minuti di immersione infatti siamo stati raggiunti da un gruppo di una quarantina di delfini, che incuriositi da noi, hanno continuato a seguirci per tutto il resto dell’escursione avvicinandosi sempre di più fino a quasi sfiorarci. Io e i miei compagni siamo stati travolti da una grandissima euforia che c’ha portato ad avere i comportamenti più strani: c’era chi rideva, a chi veniva da piangere, chi nuotava imitandoli facendo piroette assurde, chi è rimasto immobile come pietrificato, chi nuotava avanti e in dietro velocissimo, ecc… Sembravamo un branco di pazzi al circo e chissà quei magnifici delfini cos’hanno pensato di noi. Secondo me c’hanno trovato divertenti perché più ci comportavamo in modo strano, più si avvicinavano nuotandoci sopra, sotto, di fianco, facendo piroette, capriole e sembrava proprio che ci chiedessero di giocare con loro. Dopo un’oretta, l’aria delle nostre bombole ha iniziato a scarseggiare e anche se nessuno avrebbe voluto farlo siamo stati costretti a riemergere. Saliti a bordo, è stato molto divertente vedere come ognuno di noi esprimeva le proprie emozioni; per tutti, aver interagito con questi animali incredibili è stata un’esperienza indescrivibile, che ci rimarrà nel cuore per tutta la vita.

 

Dopo uno spuntino e un po’ di riposo abbiamo fatto la notturna, ma i nostri pensieri erano ancora con i delfini, malgrado avessimo visto un sacco di cose, tra cui un bellissimo esemplare di stella marina a corona di spine. Alla sera, mentre si navigava verso il sito che avremmo esplorato il giorno dopo, siamo rimasti a parlare fino a notte fonda del magnifico incontro regalato dalla natura, sembrava non si volesse andare a letto per paura che addormentandoci potessimo dimenticare tutto ciò. Purtroppo è arrivato l’ultimo giorno di immersioni. La prima come al solito all’alba, l’abbiamo fatta all’acquario di Alla. A mio giudizio, questo è uno dei siti più ricchi di pesci in assoluto. Ci siamo buttati vicino ad una parete, dove alla profondità di circa 30 trenta metri, abbiamo trovato un gruppo di gorgonie tra le quali ho potuto fotografare un rarissimo esemplare di pesce falco. Qualche metro più su, vicino alle loro tane c’erano alcune murene giganti (lunghe oltre 2 metri) e man mano che si proseguiva gli incontri erano sempre più frequenti: pesci farfalla, triglie, grugnitori, palla, istrice, trombetta, e un’infinità di altre cose che sono impossibili da elencare tutte. Ma i più impressionanti sono stati gli immensi branchi di barracuda che man mano che avanzavamo ci circondavano completamente. La sensazione era quella di “volare” con loro. L’ultima immersione di questa grande avventura l’abbiamo fatto nel giardino di Alla.

 

Questo punto è famoso per i coralli, infatti se ne vedono di qualsiasi tipo con dimensioni ragguardevoli, e per le tridacne (grosse conchiglia con il mollusco coloratissimo). Saliti da quest’ultima immersione abbiamo iniziato la navigazione verso il porto, dove siamo arrivati nel primo pomeriggio. Li c’era un pulmino che c’ha portato al villaggio dove abbiamo passato la notte. Il momento più difficile e malinconico è stato quando siamo scesi a terra e abbiamo lasciato la barca. Solo in quel momento ci siamo resi conto che la nostra grande avventura era giunta al termine. All’indomani abbiamo preso il volo per Milano, è stato un vero colpo passare dai trentacinque gradi, con un sole stupendo, ai dieci gradi, con il cielo grigio e la pioggia. In quella situazione, solo un pensiero ci rallegrava, la consapevolezza di aver fatto un esperienza unica e indimenticabile, avendo potuto esplorare frammenti di storia e natura che solo pochi subacquei possono fare.

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