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Riti e rituali tongani

13 August 2002 ore 20:00

Nel pomeriggio, con Alfredo Carafa, l’italiano che qui alle Vava’u fa il medico, abbiamo partecipato ad un funerale. Nella società tongana il funerale è il rito più importante. Al funerale partecipano tutti i parenti, anche quelli emigrati lontano. Una volta durava anche un mese, adesso al massimo una settimana, per motivi economici e di disponibilità di tempo. La salma viene lasciata in ospedale, in cella frigorifera, anche una settimana o più, soprattutto se si tratta di una morte improvvisa, per dare il tempo ai parenti di organizzare tutto.

Siamo andati sull’isoletta in cui doveva svolgersi la cerimonia con Adriatica, che ci ha sbarcato e poi ha dovuto andare a ripararsi in una baia a circa 5 miglia, perché davanti all’isola non c’era fondo e non c’era ridosso. Torneremo in qualche modo. Siamo arrivati subito dopo la salma. Il morto è un giovane di circa 25 anni, deceduto, pare, a causa di una crisi cardiaca. Scopriamo che, fino qualche tempo fa, era affetto da etilismo. Sono molti i giovani che si stonano bevendo. Oltretutto, visto che l’alcool è costoso, raro e semi-proibito, spesso si fanno in casa degli intrugli velenosi che poi fanno fermentare. Ultimamente, però, si stava disintossicando.

Mano a mano, sulla spiaggia, arrivano delle barchette stracariche di gente, dalle altre isole. Portano doni, roba da mangiare, tende, generatori. Sono tutti in lutto, cioè hanno il lava-lava (la gonna per uomini e donne) ricoperto da una stuoia molto lunga (segno appunto di lutto, assieme ai vestiti neri). Attorno alla casa del morto, che è stato esposto nella camera migliore, adagiato su un tappeto di stuoie e di tapa (il tessuto ricavato dalla polpa di una corteccia), si è praticamente impiantata una specie di Fiera o di festa: tettoie, cucine da campo, tavoloni.

Infatti i parenti (alcuni vengono dalla Nuova Zelanda) devono essere ospitati e sfamati, per almeno qualche giorno. Il rituale è il seguente: ogni gruppo familiare si prepara e sfila assieme davanti al morto, pregando e deponendo i doni (che sono di vario tipo, soprattutto stuoie e tapa). Dopo la cerimonia il gruppo (che può essere appunto una famiglia o una congregazione particolare, tipo tutti quelli di un’isola o tutti quelli che fanno parte del coro della chiesa) esce dalla casa e la famiglia li fa accomodare e li sfama, con un pranzo a base di tuberi, pane, marmellata, burro e cioccolato. E si fa avanti un altro gruppo. E così via,un gruppo dopo l’altro, per tutta la notte.

La sepoltura avverrà domattina, ma non per questo il funerale (che è solo all’inizio) potrà dirsi finito. I parenti continueranno ad arrivare per giorni. Noi partecipiamo alla cerimonia della cava (la bevanda ricavata da una radice, che si offre nelle cerimonie) e poi i familiari, che ci trattano come se fossimo anche noi dei parenti, insistono perché mangiamo qualche cosa.

Alla fine, nella notte, un pescatore ci porta verso Adriatica. C’è mare grosso. La barca è di legno, piccolissima, imbarca acqua. Per sgottarla il pescatore forse si distrae: cozziamo pesantemente contro la barriera corallina, in bassa marea. Me la vedo molto brutta. Giuseppe, il mio amico operatore-regista, non sa nemmeno nuotare. La barca però imbarca soltanto un po’ più acqua di prima: il fasciame, sostanzialmente, ha retto. Ci mettiamo due ore a fare 5 miglia, con la barca che rolla in modo mostruoso sulle onde. Ma alla fine si arriva a bordo.


Patrizio

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