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Patrizio e il gergo marinaresco

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Patrizio e il gergo marinaresco

Il linguaggio è davvero una gran cosa: orienta le strutture mentali, definisce gli ambiti socio-culturali, determina delle aree sociali e quindi economiche, disegna delle scale di potere, rende reale e quindi comunicabile il mondo...

 

Il gergo marinaresco è molto interessante e particolare. In genere è il primo ostacolo che incontra un "velistapercaso". Come tutti i linguaggi specifici, ha due facce: da una parte è un modo per escludere i non-iniziati, quindi è una barriera selettiva, ideologica e "politica" con cui gli addetti ai lavori, gli esperti, i detentori del sapere tendono a spaventare i neofiti e a tenersi il loro “potere”, basti pensare a medici, avvocati o programmatori di siti internet. Da quando ho a che fare – da neofita incompetente, appunto – con skipper, marinai, artigiani dei cantieri ho dovuto sempre combattere su questo piano: chi “sa” a volte non dice, o non te la racconta giusta, o te la racconta in modo da non farti capire bene, per ribadire che il “timone” lo tiene in mano lui, e tu senza di lui non sei e non sai nulla.

 

A questo proposito è magnifica, e la consiglio a neofiti ed armatori-per-caso, la lettura del libro "La crociera dello Snark" di Jack London, dove si scopre che il grande avventuriero e scrittore, che ad un certo punto decide di farsi fare una barca per attraversare il Pacifico anche se non è un gran marinaio, viene fregato, turlupinato e preso in giro in tutti i modi da marinai e cantieri, che gli ammollano un motore che non va e una barca sfigatissima. Poi lui si ribella e decide di navigare da solo, e se la cava: io non avrei mai questo coraggio, ma fa niente.

In questi 8 o 10 anni hanno provato a raccontarmi molte balle: alcune alla fine le ho smascherate, chissà di quante non mi sono accorto.

Di certo ho perso però ogni complesso di inferiorità: le persone davvero competenti nella Nautica non sono moltissime, e la percentuale di coloro che si nascondono – tra le altre cose – dietro la barriera del linguaggio è abbastanza alta. Io, vi confesso, che ho deciso di continuare a fare il velistapercaso, cioè a far finta di non sapere anche quello che, ormai, per forza di cose, ritengo di sapere. E’ un comportamento mimetico, per mettere alla prova chi ho di fronte. E, in più, mi pare più simpatico, comunque, non dare importanza alle due cose che uno sa, in un mondo in cui non si è mai finito di imparare, piuttosto che ostentare false competenze.

 

Tornando allo specifico del linguaggio dei marinai, però, c’è anche da dire che alcuni suoi tecnicismi non sono del tutto inutili, anzi, spesso sono indispensabili. Non foss’altro perché, nel pieno di una manovra magari drammatica, è più immediato dire “lasca la randa” che dire “molla tutta quella corda lì che tiene tirata la vela che hai sulla testa, che se continua così si rovescia la barca!” E’ come per i nomi dei cani e dei figli: sgridare o fermare sull’orlo di un burrone Tito o Bill è più semplice rispetto a dover chiamare Ferrucciomaria o Anastasio.

Sia come sia, io ammetto che l’ironia e il senso di sdrammatizzazione ce l’ho nel DNA, per cui mi viene da prendere in giro tutto. Per me – lo confesso, Padre! – non c’è nulla di sacro, nulla che il linguaggio, appunto, non possa relativizzare, rovesciare, ridimensionare, satireggiare, sputtanare.

 

Confesso quindi che, in barca, a volte mi diverto a storpiare i termini marinareschi: l’amantiglio lo chiamo il fidanzatino, gli imbrogli (easy jack) li chiamo le truffe, la borosa la chiamo ovviamente la morosa, la bugna la prugna, il mascone di prua diventa il maschione, il babordo è uno spazio balordo, il wang o caricabbasso lo chiamo il cinese, il giardinetto è l’aiuola e via stupidando, tanto per ricordare al capitano di turno che noi siamo, appunto, velisti per caso ma giullari non per caso, tanto per ribadire che il linguaggio tecnico va bene, ma se serve a farci sentire a disagio perché non siamo marinai doc, allora vaffanculo.

La madre di tutte le gaffe, degna del Walter Chiari di Vieniavanticretino, l’ha però magistralmente interpretata – inconsapevolmente! - Orso, il nostro amico stratega turistico, quando Adriatica era in cantiere. Un giorno ci telefona e dice:

"Come la volete la scaramuccia?"

"Che cosa?"

"Mi ha telefonato Sciomachen, l’architetto, e vuole sapere quanto volete alta... la guerricciola."

"Ma cosa dici?"

"Sì, dai, accidenti, il parapetto..."

"Vuoi dire la battagliola???"

"Ecco, sì... e io cosa ho detto?!"

Da allora, ovviamente, su Adriatica la battagliola si chiama la scaramuccia: per questo non è facile navigare sulla nostra barca.

 

Patrizio

Velista per Caso

Commenti

Buongiorno, mi chiamo Andrea Venturo e sono uno scrittore sommerso. Di quelli che in un mare pieno di emergenti si mette maschera e boccaglio e si lega sulla schiena una pinna di pescecane.
Non contento di ciò scrivo fantasy, forse il genere più bistrattato dopo i romance.
Vi contatto riguardo il linguaggio marinaresco, dove vi vedo piuttosto ferrati al punto da giocarci e reinventarlo.

Sto cercando informazioni su come è nato e come si è evoluto il gergo usato per indicare parti della nave e manovre varie. Potete aiutarmi?
Grazie e buona giornata.

inserito da Andrea il 18/07/2020 alle 06:20

Ciao Andrea, in realtà questi articoli li aveva scritti un nostro collaboratore ormai diversi anni fa e non siamo così ferrati! Ti consigliamo se usi Facebook di lasciare un messaggio nel nostro gruppo e nella pagina di Velistipercaso per vedere se qualche nostro lettore/velista ha informazioni utili!

inserito da Velisti per caso il 21/07/2020 alle 15:14

Accumulating evidence indicate that ubiquitin and ubiquitin like modifications, such as ISG15 13, play essential roles in the recognition of cargo proteins in selective autophagy, however, the mechanism underlying a limited number of cargo receptors to mediate the degradation of such numerous cargoes still remains largely unclear daily cialis online

inserito da Lycleexix il 11/01/2023 alle 09:05

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