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Isole Chonos e Puerto Natales
Seguiamo Darwin, al contrario, verso il Sud del Mondo: dopo (o prima secondo il punto di vista) naviga fra i canali dell’arcipelago delle isole Chonos, ancora oggi un ambiente selvaggio e solitario, poco frequentato dall’uomo. Erano isole scoscese, divise da canali profondi, con molte baie tranquille dove ancorare, abitate allora solo da indigeni provenienti dal continente. Tuttavia erano isole verdissime: come scrisse un viaggiatore americano che anticipò Darwin, Benjamin Morrell (nel 1832), “the surrounding land is much elevated and the woods near the water – side are of an immense growth and almost impenetrabile” e ricordava le querce, le betulle, i faggi, le sequoie e i cedri. Darwin rimase estasiato dal paesaggio, gli parve di essere entrato in un mondo primordiale: “l’arcipelago delle Chonos è incantevolmente sconosciuto – scrive all’amico J. S. Henslow – bei canali profondi che si addentrano nelle Cordigliere, e si può dirigere la corsa della nave servendosi della luce d’un vulcano. Non so quale parte del viaggio offra adesso maggiori attrattive”.
Tuttavia nel “Viaggio” non riuscì a non fare un paragone molto “british”: quando vide i boschi delle Chonos che “coronavano la spiaggia marina, proprio come siepi sempreverdi lungo un viale ghiaioso”. Le isole e i loro dintorni furono un paradiso in terra per Darwin. “Per me è una vera festa - scrive alla sorella Caterina - Capo Tres Montes è il punto più meridionale che presenti ancora molto interesse geologico” e infatti vi studiò le formazioni di granito e micascisto. Alle Chonos studiò soprattutto una patata selvatica: “Tra le piante essiccate raccolte nelle isole Chonos – scriveva a Henslow – vedrai un bell’esemplare di patata selvatica che cresce in un clima del tutto ostile, e che è indiscutibilmente una vera patata selvatica. Deve essere una specie diversa da quella della parte bassa della Cordigliera” e la pianta lo interessò talmente che ne parlò anche nel “Viaggio” e provò anche a mangiarsela. Ma non aveva niente a che fare con le mitiche patate inglesi: “somigliavano in tutto, anche per l’odore, alle patate inglesi, ma una volta bolliti si raggrinzivano tutti ed erano acquosi, insipidi e privi del sapore amarognolo”.
Se Darwin aveva navigato lungo le isole Chonos, sicuramente non aveva potuto vedere, molto più a sud, la città di Puerto Natales, per il semplice motivo che ai suoi tempi non c’era. È stata, infatti, fondata nel 1911 in fondo ad un fiordo che porta il nome allegro di Seno dell’Ultima Speranza. Ci dobbiamo quindi servire di un testimone più recente e, per parlare di Patagonia, dobbiamo necessariamente affidarci a Bruce Chatwin (“In Patagonia”, Adelphi). Ci descrive questa cittadina di circa 20.000 abitanti attraverso i colori (“Sui tetti delle case, rosi dalla ruggine, fischiava il vento. Nei giardini crescevano sorbi selvatici e il fuoco rosso delle loro bacche faceva sembrare nere le foglie”) e gli odori (“di gatti e di mare”). Ma Puerto Natales è soprattutto una città “rossa”, il colore del sangue: è nata infatti come centro industriale per la lavorazione della carne delle grandi greggi di pecore e di bovini (da vedere il Frigorifico Bories). Un inferno: “tanto sangue e il pavimento rosso e fumante; tanti animali scalcianti e poi rigidi; tanti bianchi corpi scuoiati e interiora tirate fuori: trippe , cuori, polmoni, fegati, lingue”.
Il rosso predominava, ma forse era anche una connotazione politica poiché Chatwin ci ha raccontato anche una piccola ‘rivoluzione’ avvenuta nel 1919 fra gli operai del posto, quando alcuni comunisti “raccontarono come i loro fratelli russi avevano ammazzato i padroni e ora vivevano felicemente”.
La regione di Puerto Natales era stata colonizzata a fine Ottocento da coloni inglesi e tedeschi come Hermann Eberhard, citato da Chatwin, a cui si deve l’introduzione del grande allevamento ovino, allevamento che distrusse gli ultimi indigeni fuegini , massacrati per far posto alle pecore. È la casa di Eberhardt quella che Chatwin va a visitare, “una spoglia e bianca casa tedesca degli Anni Venti” con i tavoli ricoperti di cristallo e le sedie di tubo d’acciaio e ci racconta la storia del suo fondatore (vera, falsa?) di militare dell’esercito tedesco, poi allevatore nel Nebraska, cacciatore di balene in Alaska e in Cina, pilota di navi alle Falkland ed infine allevatore di pecore.
Parlare dell’allevamento di pecore ci porta alle grandi tenute, le smisurate estancias che hanno talvolta la dimensione delle nostre regioni, chilometri di recinzioni e staccionate bianche a perdita d’occhio, il regno dei “baroni delle pecore” oggi aperte anche ai turisti. Da Puerto Natales si parte in battello per visitare il parco di Torres del Paine, un mondo fatto di valli, laghi, cascate e soprattutto grandi ghiacciai: 181.000 ettari con quindici cime oltre i 200 metri con al centro il massiccio di Macizo Paine, da cui si eleva la montagna con le pareti di granito rosa di Torres del Paine. Nel parco, riserva della biosfera e paradiso degli ecoturisti, si possono osservare anche 105 specie diverse di volatili.
Puerto Natales è tuttavia legato al viaggio più “pazzo” e nello stesso tempo più avvincente , quello di Bruce Chatwin alla ricerca del mitico milodonte. Solo un brandello di pelle fossile legava lo scrittore alla Patagonia, un reperto posseduto da sua nonna, dono di un parente marinaio e che era andato smarrito, ma anche l’idea, durante la guerra fredda, che queste terre lontane fossero l’unico rifugio possibile in caso di guerra atomica. “Poi Stalin morì – scrive Chatwin – e noi cantammo nela cappella inni alla gloria di Dio, ma io continuai a tenere in riserva la Patagonia”.
La sua Patagonia termina a quella che oggi è chiamata la Cueva del Milodon, il milodonte, una strana bestia preistorica, che poi abbiamo capito essere un bradipo grande e grosso. L’arrivo alla grotta è “grottesco”: Chatwin troverà il suo brandello di milodonte, ma anche qualcosa di meno poetico: “Il terreno era coperto di stronzi, stronzi di bradipo, stronzi enormi, neri, coriacei, pieni di erba mal digerita, che sembravano defecati una settimana prima”. Oggi è diventato un luogo turistico per eccellenza, un luogo dell’immaginario letterario: a fare la guardia alla caverna una gigantesca riproduzione del milodonte.
La classe 5^A Liceo Scientifico Tecnologico “E.Mattei” di Rosignano Solvay






